A mia volta incollo le recensioni di 2 libri inerenti a Q.O. (il secondo l'ho finito da poco ed è una bomba ...in più descrive molto bene il quartiere ; ) ...thanx Hate!!

QUARTO OGGIARO, È IL CAPOLINEA DI UNA LINEA D’AUTOBUS DI MILANO, UNA DI QUELLE zone di periferia dove ti sconsigliano di andare dopo una certa ora, asfalto e case come alveari. “A Quarto Oggiaro tutti hanno almeno tre televisori”, dice Gianni Biondillo nel suo romanzo “Per cosa si uccide”, pubblicato da Guanda, “ma quando arriva l’estate lo spettacolo si sposta nei cortili”. E inizia d’estate, a Quarto Oggiaro, con un cane sgozzato su un terrazzo, questo romanzo che vede l’ispettore Ferraro indagare su una serie di casi, un’interpretazione milanese del romanzo alla Ed McBain con una costruzione migliore e più complessa- non per niente Gianni Biondillo è architetto.
Perché al caso del cane ucciso d’estate segue la vicenda del morto buttato giù dal cavalcavia, ed è autunno, e poi quello della banda dei supermercati quando la neve imbianca la città e si trasforma subito in poltiglia sporca, per concludersi in primavera con la storia più lunga che si apre con l’assassinio di una bidella che è nel giro del contrabbando e si chiude con un traffico ben più sporco di quello delle sigarette.
Davanti alla varietà dei crimini e alla diversità di ambienti a cui appartengono i colpevoli, la domanda è quella del titolo, “per cosa si uccide?”. E la risposta è che non si uccide solo per soldi o per il sesso. Si può uccider anche per amore, o perché ti hanno impedito di amare, o per odio. E queste storie lo dimostrano. Quello che lega insieme le vicende di Quarto Oggiaro è, prima di tutto, la figura dell’ispettore Ferraro, un uomo come tanti, capace però di guardare se stesso e il mondo che lo circonda con ironia amara.
A incominciare dal suo cognome: si rammarica, Ferraro, che non finisca con una gloriosa ‘i’, oppure con una ‘a’ che potrebbe fare di lui un figlio di una vittima dei campi di concentramento. No, il suo è un cognome “loffio”, lui ha interrotto gli studi universitari per sposarsi, adesso è separato con una figlia che vede nel fine settimana. Ha anche una storia d’amore con una donna che incontra in una delle indagini, lei appartiene alla borghesia ricca e c’è qualcosa della rivincita di classe nella furia con cui Ferraro fa sesso con lei.
Vicino a lui l’ispettore Lanza a formare la classica coppia in cui ognuno serve a mettere in rilievo l’altro, con Lanza che manca di senso dell’umorismo, interpretando tutto alla lettera con battute di una comicità surreale (anche se un poco ripetitive).
E poi Ferraro è nato e cresciuto a Quarto Oggiaro e, di storia in storia, di stagione in stagione, riappaiono altre figure del quartiere, acquistando un’importanza maggior e più individuale. Così l’amico Mimmo O’Animalo, che Ferraro nasconde quando diventa uno dei sospetti, così Don Ciccio, il fruttivendolo a cui qualcuno ruba ogni giorno una mela- piccolo enigma da risolvere per Ferraro, un crimine simbolico, da aggiungere alla casistica dei “perché”.
Un romanzo giallo quasi corale, quindi, in una Milano che, dopo Scerbanenco, nessuno aveva saputo ritrarre con tanta efficacia e combattuto amore.
Con la morte nel cuore. Gianni Biondillo. Guanda.
E’ un giallo, o almeno si presenta sotto questa forma, ci sono dei casi da risolvere e c’è un investigatore, l’ispettore Michele Ferraro del commissariato di Quarto Oggiaro, ma l’indagine è l’ultima cosa che interessa di questo romanzo.
Si racconta di una città, anzi di un quartiere, Quarto Oggiaro, forse il quartiere di Milano con la fama peggiore, un quartiere popolare con un triste primato di episodi di microcriminalità (fonte il Comune di Milano). Questo quartiere è popolato, personaggi che mi sembrava quasi di conoscere, un microcosmo multi-regionale e multi-razziale, molti i dialetti e le lingue parlate da questi personaggi, ognuno si esprime secondo la propria cultura e provenienza, c’è chi ragiona e parla in termini quasi surreali, chi gioca a fare sempre il clown; ci sono un sacco di dialoghi serratissimi, forse troppi, sicuramente troppi, c’è anche un uso eccessivo del turpiloquio: è chiaramente una scelta, fare parlare i personaggi con il linguaggio “della strada”, ma non credo sia sempre necessario; non mi fanno né caldo né freddo certe esclamazioni o intercalari riportati sulla pagina pari pari dal linguaggio parlato (mica sono del MOIGE) ma in molti casi i dialoghi mi sono parsi eccessivi. Per finire si parla delle ambizioni, dei sogni e qualche volta delle disillusioni della varia umanità di un quartiere popolare.
L’autore è Gianni Biondillo, architetto, originario di Quarto Oggiaro, probabilmente non facendo abbastanza milioni con la sua professione principale (…) ha iniziato a scrivere libri (è il secondo romanzo ma precedentemente ha scritto anche dei saggi) e secondo me ha fatto anche bene (sembra scritto da Vincenzo Mollica, eh?), perché si capisce che gli piace raccontare storie vere o verosimili e parlare della gente di periferia che conosce tanto bene.







